Controllo nei a Gallarate: quando serve la dermatoscopia?

Controllo nei a Gallarate: quando serve la dermatoscopia? La dermatoscopia permette al dermatologo di osservare dettagli dei nei non visibili a occhio nudo. È un esame non invasivo che affianca la visita e aiuta a decidere se una lesione richieda controlli, approfondimenti o asportazione. Quali cambiamenti di un neo meritano una visita? Un neo che cambia forma, colore o dimensione merita una valutazione dermatologica. Anche una lesione nuova, diversa dalle altre, oppure un sanguinamento spontaneo sono elementi da riferire al medico. Questi segnali non significano automaticamente melanoma, ma non consentono neppure una diagnosi autonoma attraverso fotografie o confronti online. La frequenza dei controlli va personalizzata considerando caratteristiche della pelle, numero dei nei e storia personale e familiare. Come si svolge la dermatoscopia? Il dermatologo osserva la lesione con uno strumento dotato di illuminazione e ingrandimento, valutando strutture e distribuzione dei pigmenti. Una revisione Cochrane indica che la dermatoscopia, nelle mani di professionisti esperti, migliora la valutazione delle lesioni sospette rispetto alla sola osservazione visiva. Non offre però certezza assoluta: quando necessario, il medico può proporre l’asportazione con esame istologico. Per un controllo nei a Gallarate, il servizio di Dermatologia di Dietostudio effettua visite e valutazioni dermatoscopiche. Il centro si trova in Via San Rocco 14, Gallarate (VA). Per informazioni: 0331 795 180. Fonte: Dinnes et al. Dermoscopy, with and without visual inspection, for diagnosing melanoma in adults. Cochrane, 2018. PubMed, PMID 30521682. PER APPUNTAMENTO 0331 795 180
Visita dietologica a Gallarate: quali esami servono davvero?

Visita dietologica a Gallarate: quali esami servono davvero? Per la prima visita dietologica non esiste un elenco di esami obbligatori valido per tutti. Gli accertamenti dipendono dalla storia clinica, dai sintomi e dagli obiettivi individuali. Il percorso parte dalla valutazione della persona e delle sue abitudini alimentari. Cosa portare alla prima visita? È utile portare gli esami recenti già disponibili, eventuali referti specialistici e l’elenco di farmaci e integratori assunti. Annotare per qualche giorno pasti, orari e difficoltà nella gestione dell’alimentazione può aiutare il colloquio. Il medico raccoglie informazioni su andamento del peso, patologie, attività fisica e precedenti percorsi nutrizionali. Decide quindi se siano necessari ulteriori approfondimenti: non occorre acquistare autonomamente pacchetti di esami prima dell’appuntamento. Un test del capello può sostituire gli esami clinici? Un report commerciale ottenuto dal capello non deve sostituire la valutazione medica o gli accertamenti prescritti. Per il test epigenetico S-Drive, la fonte citata non documenta capacità diagnostiche, predittive o di identificazione delle carenze nutrizionali. Per una visita dietologica a Gallarate, consulta il servizio di Dietologia e nutrizione di Dietostudio, in Via San Rocco 14. Informazioni e appuntamenti: 0331 795 180. Fonte: Elmaleh-Sachs et al. Obesity Management in Adults: A Review. JAMA, 2023. PubMed, PMID 38015216. PER APPUNTAMENTO 0331 795 180
Scleroterapia: effetti, recupero e risultati – tutte le risposte pratiche

Scleroterapia: effetti, recupero e risultati – tutte le risposte pratiche Dopo aver chiarito cosa tratta la scleroterapia, come funziona e come si svolge una seduta, resta la parte più concreta – quella che spesso determina la decisione finale: cosa succede dopo? È normale avere effetti collaterali? Quanto durano i risultati? E cosa bisogna fare, nel concreto, prima e dopo ogni trattamento? Questa seconda parte affronta proprio questi aspetti operativi, con un approccio pratico e scientificamente fondato, per permettere una gestione consapevole dell’intero percorso terapeutico. Effetti collaterali: cosa è normale e cosa non lo è Come ogni procedura medica, la scleroterapia può dare effetti collaterali. Conoscerli in anticipo permette di distinguere le reazioni attese da quelle che richiedono una segnalazione immediata all’angiologo. Gli effetti collaterali più comuni e del tutto normali includono: piccoli ematomi (lividi) nelle zone di iniezione, che si riassorbono spontaneamente in 1-3 settimane; un lieve gonfiore locale nelle prime 24-48 ore; la formazione di coaguli di sangue duri e visibili all’interno delle vene trattate – tecnicamente chiamati trombosi superficiali post-scleroterapia o “coaguli residui” – che possono causare una sensazione di indurimento e fastidio al tatto ma non sono pericolosi e si riassorbono nel tempo (in alcuni casi l’angiologo può accelerare il processo con una piccola incisione di scarico); iperpigmentazione cutanea transitoria (macchie brune o grigiastre lungo il decorso della vena trattata), più frequente nelle persone con pelle scura o dopo esposizione al sole. La matting – la comparsa di una rete di capillarini rosso-violacei nella zona trattata – è un effetto paradosso che si verifica in circa il 15-20% dei pazienti dopo la scleroterapia per capillari. In genere regredisce spontaneamente entro 3-6 mesi; nei casi persistenti risponde al laser vascolare. Gonfiore importante, calore e rossore diffuso su tutta la gamba (non solo nella zona trattata): possibile segno di trombosi venosa profonda, da valutare urgentemente Febbre superiore a 38°C nelle 48 ore successive al trattamento: possibile segno di reazione infiammatoria sistemica o, raramente, di infezione Macchie cutanee che diventano più scure nel tempo invece di schiarire, o che compaiono in zone non trattate Tosse improvvisa, difficoltà respiratoria o dolore toracico dopo la seduta: rarissimi ma da segnalare immediatamente (possibile embolia da microbolle nelle forme con schiuma, quasi mai osservata con le dosi standard) Reazione allergica con orticaria (eruzioni cutanee a chiazze), difficoltà respiratoria o sensazione di malore generalizzato: reazione al farmaco sclerosante, rara ma da trattare subito Le complicanze gravi della scleroterapia – trombosi venosa profonda, embolia polmonare, necrosi cutanea – sono estremamente rare se la procedura viene eseguita da un angiologo esperto, con la corretta indicazione clinica e rispettando le controindicazioni. La necrosi cutanea (morte di un piccolo patch di cute per fuoriuscita del farmaco sclerosante al di fuori della vena) si verifica in meno dell’1% dei casi con il polidocanolo e quasi esclusivamente nelle mani di operatori inesperti. Prima e dopo la seduta: le regole pratiche Alcune precauzioni prima e dopo la seduta influenzano concretamente i risultati e la tollerabilità del trattamento. Prima della seduta non è necessario essere a digiuno. Si consiglia di indossare abiti comodi che lascino le gambe facilmente accessibili, di non applicare creme o oli sulle gambe nel giorno del trattamento e di portare con sé le calze elastiche – se già prescritte – per indossarle subito dopo. Chi assume anticoagulanti o antiaggreganti deve segnalarlo all’angiologo: in alcuni casi può essere necessario valutare una sospensione temporanea, in accordo con il medico prescrittore. Dopo la seduta, la camminata di 20-30 minuti prima di tornare a casa è obbligatoria – non facoltativa. Le prime 24-48 ore vanno mantenute le bende compressive. Nelle settimane successive si utilizzano le calze elastiche durante il giorno. Il sole diretto, le saune, i bagni molto caldi e la lampada solare sulle zone trattate vanno evitati per almeno 4-6 settimane per prevenire l’iperpigmentazione. L’attività fisica moderata – camminata, nuoto, cyclette – è non solo consentita ma incoraggiata fin dal giorno successivo. La corsa intensa, il sollevamento pesi e gli sport ad alto impatto vanno sospesi per i primi 7 giorni. Voli aerei di lunga durata (oltre 4 ore) nelle 48 ore dopo il trattamento sono sconsigliati per il rischio aumentato di trombosi. I risultati: quanto durano e come mantenerli La domanda forse più importante per chi decide di sottoporsi alla scleroterapia è: quanto durano i risultati? La risposta richiede onestà. Le vene trattate con successo non ritornano. Una vena correttamente sclerosata – che ha subito fibrosi completa e si è riassorbita – non può riaprirsi. Da questo punto di vista, il trattamento è definitivo per le singole vene trattate. Quello che non si può eliminare è la predisposizione genetica all’insufficienza venosa: il meccanismo fisiopatologico (il deterioramento delle valvole e la perdita di tono venoso) resta attivo e, nel tempo, possono formarsi nuove vene varicose o nuovi capillari in zone diverse. Per questo motivo molti pazienti tornano periodicamente per sedute di mantenimento – di solito una volta all’anno o ogni due anni – per trattare le nuove comparizioni prima che si estendano. I risultati visibili iniziano ad apprezzarsi a partire da 4-6 settimane dopo la prima seduta, con un miglioramento progressivo nelle settimane successive. Il risultato definitivo si valuta a non prima di 3-6 mesi dalla fine del ciclo di trattamento, quando il riassorbimento venoso è completo. Fotografare le gambe prima di iniziare il trattamento è sempre utile: il miglioramento progressivo è difficile da percepire senza un confronto oggettivo. Mantenere i risultati nel tempo richiede anche attenzione allo stile di vita: peso corporeo, attività fisica, postura e protezione dal calore sono fattori che influenzano la progressione dell’insufficienza venosa. “Gambe pesanti, gonfiore, vene in evidenza: cosa dice davvero il tuo sistema venoso” per una guida completa alla prevenzione e alla gestione dell’insufficienza venosa cronica. Conclusione La scleroterapia è una procedura efficace e consolidata, ma – come ogni trattamento medico – richiede indicazione corretta, esecuzione precisa e gestione consapevole nel tempo. Sapere cosa aspettarsi, riconoscere le reazioni normali e adottare le giuste abitudini post-trattamento è ciò che trasforma un buon risultato in
Scleroterapia: tutte le domande che vorresti fare al tuo angiologo (e le risposte che cerchi)

Scleroterapia: tutte le domande che vorresti fare al tuo angiologo (e le risposte che cerchi) Chi si avvicina per la prima volta alla scleroterapia ha quasi sempre una lista di dubbi in testa. Fa male? Lascia segni? Funziona davvero o è solo estetica? Quante sedute servono? Posso andare in palestra dopo? Devo smettere di prendere la pillola? Qual è la differenza tra la scleroterapia liquida e quella a schiuma? Sono domande legittime, concrete, che raramente trovano risposte complete in una visita ambulatoriale di venti minuti. Spesso si esce dallo studio con la ricetta in mano ma senza aver capito davvero cosa aspettarsi – e questo alimenta incertezza, aspettative sbagliate o, peggio, rinunce inutili a un trattamento efficace. Questa prima parte è pensata come una guida pratica e scientificamente fondata per capire cosa tratta davvero la scleroterapia, come funziona e cosa succede durante una seduta. L’obiettivo è costruire una base chiara prima di affrontare gli aspetti più operativi e post-trattamento, che troverai nella seconda parte. Cosa tratta la scleroterapia e cosa non tratta Prima di tutto, una precisazione che molti pazienti trovano utile: la scleroterapia non è una soluzione universale per tutti i problemi venosi. È uno strumento molto efficace per una gamma specifica di condizioni, e la sua indicazione dipende dall’esito di una valutazione clinica e strumentale – non da ciò che si vede allo specchio. La scleroterapia è indicata per le teleangectasie (i capillari visibili, comunemente chiamati “ragnatele”, con diametro inferiore a 1 mm), le vene reticolari (tra 1 e 3 mm di diametro, bluastre, a decorso ramificato) e le vene varicose di piccolo e medio calibro (fino a 4-6 mm circa) che non originano da un reflusso significativo della grande o piccola safena. Quando invece le varici sono alimentate da un reflusso safenico rilevante – identificabile solo con l’ecocolordoppler (l’ecografia che visualizza la direzione e la velocità del flusso venoso) – trattare i rami varicosi visibili senza affrontare prima la vena madre è come svuotare una barca che fa acqua senza tappare il buco: le varici ritornano rapidamente. In questi casi, la scleroterapia può essere utilizzata come completamento dopo un trattamento ablativo della safena (laser, radiofrequenza o chirurgia), non come unico trattamento. L’angiologo, dopo la visita e l’ecocolordoppler, è l’unico in grado di stabilire se la scleroterapia è lo strumento giusto, se richiede un’ulteriore valutazione preliminare o se è necessario orientarsi verso un approccio diverso. Per una panoramica completa su come funziona la scleroterapia, chi sono i candidati ideali e quali sono le diverse tecniche disponibili, “Varici: non solo un problema estetico. Tutto quello che devi sapere sulla scleroterapia” è l’articolo di riferimento su questo tema. Scleroterapia liquida o a schiuma: qual è la differenza Esistono due varianti principali della scleroterapia, che differiscono per la forma fisica del farmaco iniettato e per le indicazioni cliniche. La scleroterapia con farmaco liquido è la tecnica tradizionale, indicata principalmente per le teleangectasie e le vene reticolari sottili. Il farmaco sclerosante – solitamente polidocanolo (un agente detergente biocompatibile, usato in flebologia da oltre cinquant’anni) o soluzione salina ipertonica – viene iniettato direttamente nella vena in forma liquida. L’effetto è localizzato e preciso, ideale per i piccoli vasi superficiali. La scleroterapia con schiuma (foam sclerotherapy) prevede invece che il farmaco venga trasformato in microbolle – mescolando il liquido sclerosante con aria o CO₂ in una siringa – prima dell’iniezione. La schiuma ha una viscosità maggiore rispetto al liquido e rimane a contatto con la parete venosa per un tempo più lungo, aumentando l’efficacia sclerosante. È particolarmente indicata per le vene reticolari di diametro medio e per le varici di calibro maggiore. Nei casi più complessi, la scleroterapia a schiuma viene eseguita sotto guida ecografica (scleroterapia eco-guidata): l’angiologo utilizza l’ecocolordoppler in tempo reale per visualizzare l’ago all’interno della vena, iniettare il farmaco con precisione millimetrica e monitorare immediatamente la risposta del vaso trattato. Questa tecnica aumenta significativamente la sicurezza e l’efficacia del trattamento nelle vene non visibili a occhio nudo. La seduta: cosa succede minuto per minuto Sapere esattamente cosa aspettarsi durante una seduta di scleroterapia riduce l’ansia e permette di affrontare il trattamento con la giusta serenità. Di seguito, una descrizione dettagliata di come si svolge tipicamente una seduta ambulatoriale. All’arrivo in ambulatorio, il paziente viene fatto accomodare sul lettino in posizione supina o lievemente prona, a seconda delle zone da trattare. L’angiologo esamina le gambe, identifica le vene da trattare nella seduta e, se prevista, prepara la siringa con il farmaco sclerosante nella concentrazione appropriata. Le iniezioni vengono effettuate con aghi molto sottili (calibro 30 o 32 G, sottilissimi come quelli usati per l’insulina), introdotti direttamente nel lume della vena. In ogni seduta si trattano abitualmente più vene – a volte decine di punti di iniezione per gamba – con un ritmo rapido e preciso. La sensazione è quella di piccole punture, spesso accompagnate da un lieve bruciore transitorio al momento dell’iniezione del farmaco, che scompare in pochi secondi. Al termine della seduta, sulle zone trattate viene applicata una medicazione compressiva – tamponi di cotone o schiuma trattenuti da una benda elastica – che va mantenuta per 24-48 ore. Immediatamente dopo il trattamento si consiglia una camminata di 20-30 minuti prima di tornare a casa: il movimento attiva la pompa muscolare del polpaccio e favorisce il processo di chiusura venosa, riducendo il rischio di coagulazione del sangue all’interno dei vasi trattati. La durata totale di una seduta varia dai 20 ai 45 minuti, in base all’estensione delle aree trattate. Non è necessaria anestesia, né un accompagnatore. Nella maggior parte dei casi è possibile guidare l’auto immediatamente dopo. Quante sedute servono davvero: gestire le aspettative Una delle domande più frequenti – e una di quelle a cui è più difficile rispondere in modo preciso prima di iniziare il trattamento – riguarda il numero di sedute necessarie. La risposta onesta è: dipende. Dipende dal tipo e dall’estensione delle vene da trattare, dalla risposta individuale del paziente al farmaco sclerosante, dalla tecnica utilizzata e dall’eventuale presenza di un reflusso venoso sottostante da gestire preventivamente. Come
Pressione arteriosa, statine e prevenzione cardiovascolare: quando affidarsi al cardiologo

Pressione arteriosa, statine e prevenzione cardiovascolare: quando affidarsi al cardiologo Nella prima parte di questa guida abbiamo esplorato il colesterolo – LDL, HDL, trigliceridi – e il ruolo dell’alimentazione nel controllo del rischio cardiovascolare. In questa seconda parte affrontiamo la pressione arteriosa, l’impatto dell’attività fisica, i farmaci (in particolare le statine) e la guida pratica su quando e come prenotare una valutazione cardiologica a Gallarate. Pressione arteriosa: i numeri che nessuno dovrebbe permettersi di ignorare La pressione arteriosa è la forza esercitata dal sangue sulle pareti delle arterie durante il suo scorrimento. Si misura in millimetri di mercurio (mmHg) ed è espressa con due valori: la pressione sistolica (il valore più alto, corrispondente al momento in cui il cuore si contrae e pompa il sangue nelle arterie) e la pressione diastolica (il valore più basso, corrispondente alla fase di rilassamento del cuore tra un battito e l’altro). Le soglie di classificazione secondo le linee guida ESC/ESH 2023 sono: ottimale sotto 120/80 mmHg; normale tra 120-129/80-84 mmHg; normale-alta tra 130-139/85-89 mmHg; ipertensione di grado 1 tra 140-159/90-99 mmHg; ipertensione di grado 2 tra 160-179/100-109 mmHg; ipertensione di grado 3 sopra 180/110 mmHg. L’ipertensione arteriosa è la principale causa modificabile di ictus, infarto del miocardio, insufficienza renale cronica e scompenso cardiaco. Colpisce circa il 30-45% della popolazione adulta europea, con prevalenza che aumenta drasticamente con l’età. La caratteristica più pericolosa è che nella grande maggioranza dei casi è del tutto asintomatica per anni o decenni: il danno agli organi bersaglio – cuore, reni, cervello, retina, arterie – si accumula silenziosamente. Una singola misurazione elevata non basta per fare diagnosi di ipertensione: i valori possono essere influenzati dall’ansia, dallo sforzo fisico recente, dalla caffeina o dal cosiddetto “effetto camice bianco” (l’aumento transitorio della pressione in ambiente medico). La diagnosi richiede misurazioni ripetute in condizioni standardizzate, preferibilmente integrate con il monitoraggio ambulatoriale della pressione arteriosa (ABPM o Holter pressorio), che registra automaticamente i valori ogni 15-30 minuti nell’arco di 24 ore in condizioni di vita reale. Per capire come si inserisce la valutazione della pressione arteriosa all’interno di una visita cardiologica completa e quali altri esami vengono richiesti, [INSERIRE LINK – “Cuore sotto pressione: i segnali che non dovresti mai ignorare e come trovare il cardiologo giusto”] offre una guida dettagliata al percorso diagnostico cardiologico. Attività fisica e valori cardiovascolari: l’intervento più sottovalutato L’esercizio fisico aerobico regolare riduce la pressione arteriosa sistolica di 4-9 mmHg nelle persone ipertese – un effetto paragonabile a quello di alcuni farmaci antipertensivi di primo livello. Abbassa i trigliceridi, innalza il colesterolo HDL, migliora la sensibilità insulinica e riduce il peso corporeo. Le linee guida dell’OMS aggiornate al 2022 raccomandano almeno 150-300 minuti a settimana di attività aerobica di intensità moderata (camminata veloce, ciclismo, nuoto) o 75-150 minuti di attività intensa, associati a due sessioni settimanali di esercizi di rinforzo muscolare. Obiettivi che, per chi parte da zero, sembrano scoraggianti ma che nella pratica si traducono in mezz’ora di camminata svelto cinque giorni a settimana – già sufficiente a produrre benefici cardiovascolari misurabili. La sedentarietà prolungata – anche in chi raggiunge il target settimanale di attività fisica – è un fattore di rischio indipendente. Stare seduti per più di 8 ore al giorno aumenta il rischio cardiovascolare anche nelle persone che si allenano regolarmente. Alzarsi e muoversi per qualche minuto ogni ora è una misura semplice e con effetti dimostrati sulla salute metabolica. La sedentarietà, oltre ad aumentare il rischio cardiovascolare, deteriora anche il sistema venoso degli arti inferiori. [INSERIRE LINK – “Gambe pesanti, gonfiore, vene in evidenza: cosa dice davvero il tuo sistema venoso”] per capire come la postura e il movimento influenzano la salute venosa. Le statine e gli altri farmaci per il colesterolo: quando sono necessari Le statine (inibitori dell’HMG-CoA reduttasi, l’enzima chiave nella sintesi epatica del colesterolo) sono i farmaci più prescritti al mondo e tra i più studiati in cardiologia. Riducono il colesterolo LDL del 30-55% a seconda della molecola e del dosaggio, e hanno dimostrato in decine di trial clinici di ridurre concretamente il rischio di infarto, ictus e mortalità cardiovascolare nei pazienti ad alto e molto alto rischio. Esistono miti duri a morire sulle statine: che “facciano male al fegato” (a dosaggi standard il rischio di epatopatia severa è rarissimo, meno dell’1 per 10.000), che “distruggano i muscoli” (la miopatia grave – rabdomiolisi – è eccezionale e quasi sempre legata a interazioni farmacologiche specifiche), che “si prendano per sempre” (sì, in chi ha avuto un evento cardiovascolare o è ad alto rischio, la terapia è in genere continuativa, come per i farmaci per la pressione). Il rapporto rischio-beneficio nelle popolazioni indicate è nettamente favorevole. Per chi non tollera le statine o non raggiunge i target con esse, esistono alternative efficaci: l’ezetimibe (che riduce l’assorbimento intestinale del colesterolo), gli inibitori di PCSK9 (anticorpi monoclonali che aumentano la clearance del colesterolo LDL dal sangue, con riduzioni dell’LDL fino al 60% in aggiunta alle statine) e, per le ipertrigliceridemie severe, i fibrati e gli omega-3 farmaceutici ad alte dosi. La scelta terapeutica spetta sempre al cardiologo, che valuterà il profilo individuale e il rischio specifico. Cardiologo a Gallarate: quando fare una valutazione del rischio cardiovascolare Se le tue analisi mostrano valori alterati di colesterolo, trigliceridi o pressione – o se hai due o più fattori di rischio cardiovascolare come fumo, sovrappeso, familiarità o diabete – una valutazione cardiologica strutturata è il passo più utile che puoi fare. Non per allarmarti, ma per avere finalmente un quadro chiaro: qual è il tuo rischio reale, qual è il target da raggiungere e quale strategia – alimentare, comportamentale o farmacologica – è più indicata per te. Presso DietoStudio a Gallarate il cardiologo effettua valutazioni complete del rischio cardiovascolare, che includono l’analisi del profilo lipidico, la misurazione della pressione arteriosa, l’ECG a riposo e, quando indicato, la richiesta di ulteriori accertamenti. Il percorso è pensato per chi vuole un riferimento specialistico stabile sul territorio, capace di seguire nel tempo l’evoluzione dei valori e adattare la terapia alle esigenze
Gambe pesanti, gonfiore, vene in evidenza: cosa dice davvero il tuo sistema venoso

Gambe pesanti, gonfiore, vene in evidenza: cosa dice davvero il tuo sistema venoso Arriva quasi sempre verso sera. Le gambe si fanno pesanti, le caviglie si gonfiano, compare un senso di tensione o bruciore che durante il giorno era assente. Molte persone ci convivono da anni, convinte che sia semplice stanchezza, caldo eccessivo o qualche chilo di troppo. A volte è così. Altre volte, quei sintomi sono il segnale riconoscibile di un sistema venoso che ha perso efficienza e che – se non valutato – può peggiorare nel tempo fino a dare complicanze serie. L’insufficienza venosa cronica degli arti inferiori è una delle patologie vascolari più diffuse al mondo. Secondo i dati della Società Italiana di Flebologia (2023), ne soffre circa il 30% della popolazione adulta italiana, con una prevalenza che aumenta con l’età, il sovrappeso e le professioni che richiedono stazione eretta o seduta prolungata. Eppure resta una condizione sistematicamente sottostimata, spesso confusa con un semplice fastidio estetico o con la normale conseguenza dell’invecchiamento. Questo articolo spiega come funziona il sistema venoso, quali sintomi meritano una valutazione angiologica, cosa aspettarsi dalla visita specialistica e quali sono le opzioni terapeutiche oggi disponibili. Come funziona il sistema venoso delle gambe: la sfida di lavorare contro gravità Il sistema circolatorio è composto da due grandi circuiti: quello arterioso, che porta il sangue ossigenato dal cuore verso tutti i tessuti, e quello venoso, che riporta il sangue deossigenato dai tessuti verso il cuore e i polmoni per essere di nuovo ossigenato. Mentre le arterie lavorano con la spinta diretta del cuore, le vene degli arti inferiori devono compiere un percorso in salita, contro la forza di gravità. Per riuscirci, le vene dispongono di due meccanismi ausiliari fondamentali: le valvole venose – piccole strutture a nido di rondine che si aprono per lasciar salire il sangue e si chiudono per impedirgli di scendere – e la pompa muscolare del polpaccio, che durante la deambulazione comprime le vene profonde e spinge il sangue verso l’alto come un pistone. Quando le valvole si deteriorano o le vene perdono tono ed elasticità, il sangue non risale più con efficienza e tende a ristagnare nei segmenti venosi più bassi. Questo fenomeno – chiamato reflusso venoso (flusso retrogrado del sangue, cioè nella direzione sbagliata) – è alla base dell’insufficienza venosa cronica e di tutte le sue manifestazioni cliniche: dalle varici al gonfiore, fino alle ulcere venose nelle fasi più avanzate. I sintomi dell’insufficienza venosa: riconoscerli prima che peggiorino L’insufficienza venosa cronica ha un andamento tipicamente progressivo: inizia con sintomi soggettivi lievi – quelli che spesso si ignorano per anni – e può evolvere verso manifestazioni cliniche via via più rilevanti se non trattata. Nelle fasi iniziali, i sintomi più frequenti sono la sensazione di pesantezza o stanchezza alle gambe, soprattutto nel pomeriggio e dopo lunghe ore in piedi o seduti, il prurito o il formicolio lungo le gambe, il gonfiore alle caviglie che migliora con il sollevamento degli arti e peggiora con il caldo, e i crampi notturni ai polpacci. Questi sintomi tendono ad aggravarsi con le temperature alte, la gravidanza e i periodi di scarsa attività fisica. Con il progredire della malattia possono comparire segni visibili: le teleangectasie (i capillari visibili, comunemente chiamati “ragnatele” o “capillari rotti”), le vene reticolari bluastre e le vene varicose vere e proprie. Nelle fasi più avanzate, la cute della gamba può modificarsi: compare l’iperpigmentazione (colorazione brunastra della cute, causata dal deposito di emosiderina, il pigmento del ferro contenuto nei globuli rossi che trasudano dai vasi malati), la lipodermatosclerosi (un indurimento del tessuto sottocutaneo che rende la gamba dura e dolorosa) e, nei casi più severi, l’ulcera venosa – una lesione cutanea aperta, difficile da guarire, che rappresenta la complicanza più temibile dell’insufficienza venosa cronica. L’ecocolordoppler venoso: l’esame che cambia tutto Per decenni, la valutazione delle varici si basava quasi esclusivamente sull’esame clinico – l’osservazione visiva e la palpazione delle vene. Oggi l’ecocolordoppler venoso degli arti inferiori ha trasformato radicalmente la diagnostica vascolare, diventando l’esame di riferimento indispensabile prima di qualsiasi decisione terapeutica. L’ecocolordoppler (una combinazione di ecografia tradizionale e tecnica Doppler, che misura la velocità e la direzione del flusso sanguigno nei vasi) permette di visualizzare in tempo reale la struttura delle vene, valutare la competenza delle valvole, identificare i punti di reflusso e misurarne l’entità, escludere la presenza di trombosi venosa profonda e pianificare con precisione il percorso terapeutico più adatto. Questo esame ha cambiato anche la strategia di trattamento: sapere da quale vena origina il reflusso – se dalla grande safena (la vena principale della coscia), dalla piccola safena (quella del polpaccio) o da vene perforanti (vene che collegano il sistema venoso superficiale con quello profondo) – è essenziale per scegliere il trattamento più efficace ed evitare recidive precoci. L’ecocolordoppler è un esame non invasivo, indolore, senza radiazioni, eseguibile in ambulatorio in circa 20-30 minuti. La sua utilità non si limita alla fase diagnostica: viene usato anche durante alcune procedure terapeutiche (come la scleroterapia eco-guidata) e nel follow-up post-trattamento. Se già conosci le opzioni terapeutiche per le vene varicose, inclusa la scleroterapia, “Varici: non solo un problema estetico. Tutto quello che devi sapere sulla scleroterapia” approfondisce nel dettaglio come funziona il trattamento sclerosante, chi può farlo e cosa aspettarsi. Trombosi venosa profonda: quando il gonfiore diventa un’emergenza Non tutti i gonfiori alle gambe sono espressione di insufficienza venosa cronica. Esiste una condizione – la trombosi venosa profonda (TVP) – che può presentarsi con sintomi simili ma ha un profilo di rischio completamente diverso e richiede un trattamento urgente. La TVP è la formazione di un trombo (coagulo di sangue) all’interno di una vena profonda, tipicamente nella gamba o nella coscia. Si manifesta con gonfiore improvviso e asimmetrico di un arto, dolore o senso di tensione al polpaccio (spesso descritto come un dolore muscolare profondo), calore e arrossamento della cute nella zona interessata. In alcuni casi, tuttavia, può essere del tutto asintomatica. Il pericolo principale della TVP è l’embolia polmonare (EP): il trombo può staccarsi parzialmente o completamente e raggiungere
Prostata, calcoli, disturbi urinari: la salute urologica maschile senza tabù

Prostata, calcoli, disturbi urinari: la salute urologica maschile senza tabù Tra tutte le visite specialistiche, quella dall’urologo è quella che gli uomini rimandano di più. Non perché non ne sentano il bisogno – spesso i sintomi ci sono, eccome – ma per una combinazione di pudore, sottovalutazione e quella convinzione silenziosa che “certe cose” facciano parte del normale invecchiamento e non valga la pena discuterne con un medico. La realtà clinica dice altro. Il tumore alla prostata è il tumore maligno più diagnosticato negli uomini in Italia, con circa 40.000 nuovi casi l’anno secondo i dati dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM, 2023). La calcolosi renale colpisce il 10-15% della popolazione adulta e tende a recidivare se non si interviene sulle cause sottostanti. I disturbi del basso apparato urinario – urgenza, frequenza aumentata, flusso debole – riducono in modo misurabile la qualità della vita e, in molti casi, sono il segnale di condizioni trattabili con ottimi risultati. Questa guida affronta la salute urologica maschile con il linguaggio diretto che merita: cosa fa l’urologo, quando andare, quali esami aspettarsi e come leggere i risultati nel modo corretto. Di cosa si occupa l’urologia: molto più della prostata L’urologia è la specialità medico-chirurgica che si occupa delle malattie dell’apparato urinario – reni, ureteri, vescica, uretra – in entrambi i sessi, e dell’apparato genitale maschile. Contrariamente a quanto si pensa, l’urologo non tratta solo la prostata e non visita solo gli uomini. Le condizioni più frequentemente gestite in ambito urologico includono: le infezioni delle vie urinarie ricorrenti (cistiti, pielonefriti), la calcolosi renale e vescicale, l’iperplasia prostatica benigna (IPB, cioè l’ingrossamento non canceroso della prostata), il tumore della prostata, il tumore della vescica, la disfunzione erettile, l’infertilità maschile, l’incontinenza urinaria e le stenosi uretrali (restringimenti del canale attraverso cui passa l’urina). La visita urologica di base include un’anamnesi dettagliata, la palpazione addominale, l’esplorazione rettale digitale (un esame manuale della prostata attraverso il retto, rapido e fondamentale per valutare dimensioni e consistenza della ghiandola) e, spesso, un’ecografia prostatica trans-rettale o sovrapubica. Non è un esame che gli uomini amano, ma è uno dei più informativi che esistano. La prostata: anatomia, funzione e perché ingrandisce con l’età La prostata è una ghiandola delle dimensioni di una noce che si trova sotto la vescica, avvolgendo il tratto iniziale dell’uretra (il canale che porta l’urina dalla vescica all’esterno). Produce parte del liquido seminale e contribuisce alla funzione riproduttiva maschile. Con l’avanzare dell’età, la prostata tende fisiologicamente ad aumentare di volume: è il fenomeno dell’iperplasia prostatica benigna (IPB), presente in oltre il 50% degli uomini dopo i 60 anni e nel 90% dopo gli 85 anni. L’ingrossamento restringe progressivamente l’uretra, rendendo più difficile lo svuotamento vescicale e causando i sintomi che in medicina vengono chiamati LUTS (Lower Urinary Tract Symptoms, cioè sintomi del basso apparato urinario): getto urinario debole o intermittente, difficoltà a iniziare la minzione, sensazione di vescica non completamente svuotata, frequenza urinaria aumentata – specialmente di notte (nicturia) – e urgenza improvvisa. L’IPB non è un tumore e non diventa un tumore: sono due condizioni distinte, che però possono coesistere nella stessa persona. Per questo la valutazione urologica rimane fondamentale: distinguere le due condizioni richiede una visita clinica e, nella maggior parte dei casi, il dosaggio del PSA nel sangue. Il PSA: cos’è, come si interpreta e quando farlo Il PSA (Antigene Prostatico Specifico, dall’inglese Prostate-Specific Antigen) è una proteina prodotta quasi esclusivamente dalla ghiandola prostatica e dosabile nel sangue con un semplice prelievo. Un valore elevato di PSA può indicare la presenza di un tumore prostatico, ma anche di un’IPB, di una prostatite (infiammazione della prostata) o semplicemente di una prostata di grosse dimensioni. Questo è il punto che spesso genera confusione nei pazienti: il PSA non è un test specifico per il cancro. È un indicatore di attività prostatica che va interpretato in relazione all’età del paziente, al volume della prostata, alla velocità di variazione nel tempo (PSA velocity) e ad altri parametri. Un valore di 4 ng/mL può essere normale in un uomo di 70 anni con una prostata grande, ma allarmante in un uomo di 45 anni con una prostata piccola. Le linee guida europee (European Association of Urology, EAU 2023) non raccomandano uno screening universale con PSA per tutti gli uomini, ma suggeriscono una discussione informata con il medico a partire dai 50 anni – o dai 45 anni in caso di familiarità di primo grado per tumore prostatico. L’obiettivo non è dosare il PSA a tappeto, ma identificare gli uomini a rischio aumentato che possono beneficiare di un monitoraggio ravvicinato. Calcoli renali: perché si formano, come si riconoscono e come si trattano La calcolosi renale – o nefrolitiasi – è una delle condizioni urologiche più dolorose e più diffuse. I calcoli (depositi solidi di minerali e sali che si formano nei reni) si sviluppano quando l’urina contiene concentrazioni eccessive di alcune sostanze – calcio, ossalato, acido urico, fosfato – che cristallizzano e si aggregano nel tempo. Il sintomo classico è la colica renale: un dolore molto intenso, a insorgenza improvvisa, che origina nel fianco o nella regione lombare e si irradia verso il basso, lungo l’uretere (il canale che collega il rene alla vescica), fino all’inguine. Può accompagnarsi a nausea, vomito, sangue nelle urine (ematuria) e, in presenza di infezione associata, febbre. La diagnosi si conferma con l’ecografia renale o, nei casi dubbi o nelle urgenze, con la TC (tomografia computerizzata) senza mezzo di contrasto, che permette di visualizzare calcoli anche molto piccoli e di valutarne posizione e dimensioni. Il trattamento dipende dalle dimensioni del calcolo: quelli di diametro inferiore a 5-6 mm tendono a essere espulsi spontaneamente con abbondante idratazione e terapia medica di supporto; calcoli più grandi possono richiedere la litotrissia extracorporea (ESWL, una procedura che frantuma il calcolo con onde d’urto dall’esterno) o l’ureteroscopia (introduzione di un piccolo strumento attraverso l’uretra per rimuovere o frammentare il calcolo). Un aspetto fondamentale e spesso trascurato è la prevenzione delle recidive. Dopo un primo episodio, il rischio di formarne un altro
Mal di schiena, ginocchio che scricchiola, spalla bloccata: quando serve davvero un ortopedico

Mal di schiena, ginocchio che scricchiola, spalla bloccata: quando serve davvero un ortopedico Il mal di schiena è la prima causa di disabilità lavorativa in Italia. Il dolore al ginocchio colpisce una persona su quattro dopo i 45 anni. La spalla bloccata, tecnicamente chiamata capsulite adesiva (un’infiammazione della capsula articolare che circonda l’articolazione della spalla, con progressiva perdita di mobilità), può rendere impossibili gesti quotidiani banali come alzare un braccio o allacciarsi una cintura. Eppure, nonostante la diffusione enorme di questi disturbi, la risposta più comune è ancora oggi la stessa: l’antidolorifico e l’attesa. A volte funziona. Ma spesso questa strategia ritarda una diagnosi che, se arrivasse prima, permetterebbe interventi molto meno invasivi e tempi di guarigione molto più brevi. L’ortopedico – il medico specialista in patologie dell’apparato muscolo-scheletrico, che comprende ossa, articolazioni, muscoli, tendini e legamenti – non serve solo quando si rompe qualcosa. Serve soprattutto prima. Questa guida ti aiuta a capire quali sintomi meritano una visita specialistica, cosa aspettarsi durante la valutazione ortopedica e quando la fisioterapia è sufficiente e quando invece occorre qualcosa in più. L’apparato muscolo-scheletrico: di cosa si occupa davvero l’ortopedico L’ortopedia è la branca della medicina che studia e tratta le malattie e i traumi dell’apparato locomotore: ossa, cartilagini, articolazioni, tendini, legamenti e muscoli. È una specialità molto ampia, che spazia dalla traumatologia (le fratture, le lussazioni, i traumi sportivi) alle patologie degenerative (come l’artrosi, cioè il progressivo deterioramento della cartilagine articolare), passando per le malformazioni congenite e le patologie infiammatorie come l’artrite reumatoide. Nella pratica ambulatoriale quotidiana, i motivi di visita più frequenti riguardano: il rachide (la colonna vertebrale, con problemi come ernia del disco, spondiloartrosi e stenosi del canale spinale), il ginocchio (artrosi, lesioni meniscali, tendinopatie), la spalla (conflitto sub-acromiale, rottura della cuffia dei rotatori, capsulite adesiva), l’anca (coxartrosi, borsite trocanterica) e il piede (alluce valgo, fascite plantare, neuroma di Morton). Una visita ortopedica non è mai limitata alla sola articolazione che fa male: un buon ortopedico valuta postura, andatura, compensi muscolari e storia clinica complessiva, perché spesso il dolore in un punto è il riflesso di uno squilibrio che origina altrove. Il mal di schiena: quando è “normale” e quando richiede uno specialista Il mal di schiena – in termini medici lombalgia (dolore nella regione lombare, cioè la parte bassa della schiena) o cervicalgia (dolore alla regione cervicale, il tratto della colonna nel collo) – è nella grande maggioranza dei casi di tipo aspecifico: non è causato da una lesione strutturale identificabile, ma da una combinazione di tensione muscolare, posture scorrette, sedentarietà e stress. In questi casi, il riposo assoluto a letto è controindicato già dalla letteratura degli anni Novanta, confermato da tutte le linee guida successive: il movimento controllato, la fisioterapia e, quando necessario, una terapia antinfiammatoria di breve durata sono gli approcci più efficaci. La maggior parte degli episodi acuti di lombalgia aspecifica si risolve spontaneamente entro 4-6 settimane. Esistono però situazioni in cui il mal di schiena non deve essere gestito in autonomia. I segnali di allarme – chiamati in letteratura “red flags” (bandiere rosse) – includono: dolore notturno che non migliora con il riposo, dolore che si irradia lungo una gamba con formicolio o perdita di forza (possibile segno di compressione radicolare, cioè irritazione di una radice nervosa da parte di un’ernia discale o di un’osteofita), dolore insorto dopo un trauma, perdita del controllo della vescica o dell’intestino associata al mal di schiena, o dolore in una persona con storia di tumore. In presenza di uno qualunque di questi segnali, la valutazione ortopedica – e nei casi più sospetti neurologica – non è rinviabile. Ernia del disco: una diagnosi frequente, spesso fraintesa L’ernia del disco è una delle diagnosi ortopediche più comuni e, al tempo stesso, tra le più fraintese. Il disco intervertebrale (la struttura cartilaginea a forma di cuscinetto che separa le vertebre e assorbe i carichi della colonna) è composto da un nucleo gelatinoso (nucleo polposo) e da un anello fibroso esterno. Quando l’anello si deteriora o si lacera, il nucleo può fuoriuscire parzialmente – questa è l’ernia – e comprimere le strutture nervose vicine. Il punto cruciale, spesso poco comunicato ai pazienti, è che un’ernia del disco visibile alla risonanza magnetica non equivale automaticamente a dolore o a necessità di intervento. Studi di popolazione hanno dimostrato che circa il 30-40% degli adulti asintomatici – cioè persone che non hanno mai avuto mal di schiena rilevante – mostra alla risonanza magnetica protrusioni o ernie discali. L’imaging (la diagnostica per immagini) va sempre interpretato in relazione ai sintomi clinici, non viceversa. La gestione dell’ernia discale è nella grande maggioranza dei casi conservativa: fisioterapia specifica, terapia antinfiammatoria e, in alcuni casi selezionati, infiltrazioni epidurali (iniezioni di farmaci antinfiammatori nello spazio che circonda il midollo spinale). L’intervento chirurgico è riservato ai casi con deficit neurologici progressivi (perdita di forza, alterazioni della sensibilità) o a quelli che non rispondono al trattamento conservativo protratto. Il ginocchio: artrosi, menischi e legamenti Il ginocchio è l’articolazione più complessa e più sovraccaricata del corpo umano. Sostiene il peso corporeo, assorbe gli impatti durante la deambulazione e la corsa, e permette movimenti combinati di flessione, estensione e rotazione. Non sorprende che sia anche l’articolazione più frequentemente colpita da patologie degenerative e traumatiche. L’artrosi del ginocchio (gonartrosi) è la forma di artrosi più comune negli adulti sopra i 50 anni. Si manifesta con dolore che peggiora con il movimento e migliora con il riposo (almeno nelle fasi iniziali), rigidità mattutina di breve durata, scrosci articolari (il caratteristico rumore di “scricchiolio”) e, nelle fasi più avanzate, deformità visibile. La terapia comprende fisioterapia, controllo del peso corporeo, farmaci antinfiammatori e, quando la cartilagine è molto compromessa, la sostituzione protesica dell’articolazione. Le lesioni meniscali – che colpiscono i menischi (due strutture fibrocartilaginee a forma di mezzaluna che fungono da ammortizzatori tra il femore e la tibia) – possono essere traumatiche (tipiche degli sportivi) o degenerative (più frequenti negli adulti con artrosi). La risonanza magnetica è l’esame di riferimento per la diagnosi, ma ancora una volta l’indicazione
Prevenzione ginecologica: tutto quello che le donne rimandano (e non dovrebbero)

Prevenzione ginecologica: tutto quello che le donne rimandano (e non dovrebbero) C’è una cosa che accomuna milioni di donne in Italia: rimandare la visita ginecologica. Non per disinteresse, spesso per mancanza di tempo, per un senso di imbarazzo difficile da spiegare, o semplicemente perché – in assenza di sintomi evidenti – sembra sempre ci siano cose più urgenti da fare. È un rimando che può avere conseguenze concrete sulla salute. La prevenzione ginecologica non riguarda solo le donne con disturbi o patologie in corso. Riguarda tutte, a partire dalla prima attività sessuale fino e oltre la menopausa. Gli screening periodici – dal Pap test al test HPV, dall’ecografia pelvica alla mammografia – permettono di individuare alterazioni cellulari o lesioni in fase precoce, quando le possibilità di intervento sono massime e i trattamenti molto meno invasivi. Questo articolo è una guida pratica: cosa si fa durante una visita ginecologica, quali esami sono raccomandati e con quale frequenza, quali segnali non vanno mai ignorati e come orientarsi sul territorio se cerchi un ginecologo a Gallarate. Perché la prevenzione ginecologica è diversa dalla visita urgente Esiste una distinzione fondamentale che vale la pena chiarire subito: la visita ginecologica di prevenzione non è la stessa cosa di una visita per un problema acuto. Il ginecologo che si consulta per un dolore pelvico improvviso, una perdita anomala o un ritardo mestruale sta affrontando un problema già in corso. La prevenzione, invece, serve a intercettare ciò che non si vede ancora – alterazioni cellulari, lesioni precancerose, cisti ovariche asintomatiche – prima che diventino un problema clinico vero e proprio. Secondo le linee guida del Ministero della Salute italiane aggiornate al 2023, ogni donna sessualmente attiva dovrebbe eseguire un Pap test o un test HPV (Human Papilloma Virus) con cadenza regolare, indipendentemente dalla presenza di sintomi. Lo stesso vale per l’ecografia pelvica transvaginale (un’ecografia effettuata tramite una piccola sonda introdotta nel canale vaginale, che permette una visualizzazione dettagliata dell’utero e delle ovaie), raccomandata come esame di secondo livello in presenza di irregolarità mestruali, dolore pelvico ricorrente o familiarità per patologie ovariche. La regola d’oro è semplice: non aspettare un sintomo per prenotare una visita ginecologica annuale. La frequenza dei controlli approfonditi può poi variare in base all’età, alla storia clinica e ai risultati degli esami precedenti. Il Pap test e il test HPV: cosa sono, quando farli e cosa significano i risultati Il Pap test (o striscio cervicale, dal nome del medico greco Georgios Papanicolaou che lo sviluppò) è un prelievo di cellule dalla cervice uterina (il collo dell’utero, la parte inferiore dell’utero che si apre nella vagina) che permette di rilevare alterazioni cellulari precancerose. È un esame rapido, quasi indolore, che si esegue durante la visita ginecologica con uno strumento chiamato speculum. Il programma nazionale di screening raccomanda il Pap test ogni tre anni per le donne dai 25 ai 29 anni. Dai 30 ai 64 anni, l’indicazione attuale prevede invece il test HPV ogni cinque anni come test di primo livello, con Pap test di approfondimento solo in caso di positività. Questo cambiamento – validato da ampi studi clinici internazionali – riflette la consapevolezza che quasi tutti i tumori della cervice uterina sono causati da alcuni ceppi del virus HPV (in particolare i ceppi 16 e 18, classificati come ad alto rischio oncogeno). Un risultato positivo al test HPV non significa avere il cancro: significa che il virus è presente e che è necessario un monitoraggio più ravvicinato. La grande maggioranza delle infezioni da HPV si risolve spontaneamente entro 1-2 anni, senza alcun intervento. Solo in una minoranza di casi – soprattutto se il virus persiste nel tempo – si possono sviluppare lesioni che richiedono trattamento. Endometriosi: la malattia silenziosa che colpisce 3 milioni di donne in Italia L’endometriosi è una delle condizioni ginecologiche più frequenti e, al tempo stesso, più sottostimate. Si verifica quando il tessuto simile all’endometrio (il rivestimento interno dell’utero che si sfalda ogni mese durante il ciclo mestruale) cresce al di fuori della cavità uterina – sulle ovaie, sulle tube di Falloppio (i canali che connettono le ovaie all’utero), sul peritoneo (la membrana che riveste i visceri addominali) o, più raramente, su altri organi. Il sintomo più frequente è la dismenorrea (il dolore mestruale), che nell’endometriosi tende a essere più intenso della norma e non sempre risponde ai comuni antidolorifici. Ma l’endometriosi può manifestarsi anche con dolore pelvico cronico non legato al ciclo, dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia), difficoltà a concepire e, in alcuni casi, in modo del tutto asintomatico. Secondo i dati della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) del 2023, in Italia circa 3 milioni di donne soffrono di endometriosi, con un ritardo diagnostico medio di 7-10 anni dall’esordio dei sintomi. Questo ritardo è in parte dovuto alla normalizzazione del dolore mestruale da parte sia delle pazienti sia, talvolta, dei medici stessi. La diagnosi definitiva richiede in molti casi la laparoscopia (un intervento chirurgico mini-invasivo effettuato con piccole telecamere introdotte nell’addome), ma l’ecografia pelvica e la risonanza magnetica possono già fornire indicazioni importanti, soprattutto nelle forme più estese. Se hai dolori mestruali che interferiscono con la vita quotidiana, non aspettare: parlane con il tuo ginecologo. Le donne con endometriosi presentano spesso anche alterazioni del profilo infiammatorio sistemico. Chi ha già un monitoraggio cardiologico in corso – per esempio per ipertensione o dislipidemia – dovrebbe informare entrambi gli specialisti. “Cuore sotto pressione: i segnali che non dovresti mai ignorare e come trovare il cardiologo giusto” per approfondire il tema della prevenzione cardiovascolare. Ciclo mestruale irregolare: quando è normale e quando no Il ciclo mestruale “regolare” non ha un’unica definizione valida per tutte. La durata normale del ciclo varia tra 21 e 35 giorni, con una durata del flusso compresa tra 2 e 7 giorni. Cicli occasionalmente più corti o più lunghi, soprattutto in periodi di stress intenso, cambi di peso o malattie, rientrano nella variabilità fisiologica. Meritano invece una valutazione ginecologica le irregolarità persistenti: amenorrea (assenza del ciclo per più di tre mesi consecutivi in donne non in
Varici: non solo un problema estetico. Tutto quello che devi sapere sulla scleroterapia

Varici: non solo un problema estetico. Tutto quello che devi sapere sulla scleroterapia Le gambe pesanti a fine giornata. Le vene che compaiono sotto la pelle come rilievi bluastri o viola. La sensazione di bruciore o formicolio che peggiora con il caldo. Sono sintomi che milioni di persone conoscono bene, spesso sottovalutati o affrontati solo quando diventano visivamente evidenti. Le varici – o vene varicose – non sono un capriccio estetico: sono il segnale che il sistema venoso delle gambe sta lavorando in modo alterato, e in certi casi possono evolvere in complicanze serie. Oggi esistono trattamenti efficaci, poco invasivi e con tempi di recupero molto contenuti. La scleroterapia (dal greco sklerós, duro) è uno di questi: una procedura ambulatoriale che consente di eliminare le vene varicose e i capillari dilatati senza bisogno di sala operatoria. In questo articolo ti spieghiamo come funziona, chi può beneficiarne e cosa aspettarsi prima, durante e dopo il trattamento. Cosa sono le varici e perché si formano Le vene hanno il compito di riportare il sangue dalle gambe verso il cuore, lavorando contro gravità. Per farcela, sono dotate di valvole a nido di rondine (piccole strutture che si aprono per far salire il sangue e si chiudono per impedirgli di tornare indietro). Quando queste valvole si danneggiano o perdono tono, il sangue tende a ristagnare nei tratti più bassi del vaso, che si dilata progressivamente fino a diventare visibile attraverso la pelle. Il risultato è quello che chiamiamo varice: una vena dilatata, tortuosa, spesso rilevata, che non riesce più a svolgere correttamente la sua funzione di drenaggio. I fattori che predispongono alla comparsa delle varici sono molteplici. La familiarità gioca un ruolo importante: chi ha genitori con insufficienza venosa ha una probabilità significativamente più alta di svilupparla. Anche la stazione eretta prolungata (tipica di alcune professioni come commessi, insegnanti o chirurghi), la sedentarietà, il sovrappeso, le gravidanze e l’età avanzata contribuiscono ad accelerare il deterioramento valvolare. Secondo i dati della Società Italiana di Flebologia aggiornati al 2023, l’insufficienza venosa cronica (la condizione sottostante allo sviluppo delle varici) colpisce circa il 30% della popolazione adulta italiana, con una prevalenza maggiore nelle donne. Capillari, reticoli e varici: non sono tutti uguali Un errore comune è trattare tutte le vene visibili sulle gambe come se fossero la stessa cosa. In realtà esistono gradi diversi di insufficienza venosa, con caratteristiche e trattamenti differenti. I capillari (o teleangectasie) sono le venule più piccole, con un diametro inferiore al millimetro. Appaiono come ragnatele rossastre o viola sotto la pelle e nella grande maggioranza dei casi non causano sintomi fisici rilevanti, ma possono essere un segnale precoce di problemi venosi sottostanti. Le vene reticolari hanno un diametro tra 1 e 3 millimetri. Sono più ramificate dei capillari, di colore bluastro, e si trovano a uno strato leggermente più profondo. Anche queste sono generalmente asintomatiche ma possono causare prurito o bruciore localizzato. Le varici vere e proprie superano i 3 millimetri di diametro, sono chiaramente rilevate e spesso associate a sintomi come gonfiore, senso di pesantezza, crampi notturni e affaticamento precoce. Nei casi più avanzati possono comparire alterazioni della pelle (iperpigmentazione, cioè scurimento della cute, o lipodermatosclerosi, un indurimento del tessuto sottocutaneo) fino alle ulcere venose. Come funziona la scleroterapia: la procedura passo per passo La scleroterapia consiste nell’iniezione diretta di una sostanza sclerosante all’interno della vena da trattare. Questa sostanza – solitamente a base di polidocanolo (un agente detergente biocompatibile) o soluzione salina ipertonica – irrita le pareti interne del vaso, provocandone l’infiammazione controllata e la successiva chiusura. Nel giro di qualche settimana, la vena trattata viene riassorbita dall’organismo e scompare progressivamente. La procedura si svolge in ambulatorio, senza anestesia generale. Il paziente è sdraiato sul lettino e l’angiologo (il medico specialista in patologie dei vasi sanguigni) introduce l’ago nelle vene da trattare, iniettando il farmaco sclerosante in piccole quantità per ogni punto. La durata della seduta varia dai 20 ai 45 minuti a seconda del numero e della dimensione delle vene trattate. Esiste anche una variante chiamata scleroterapia schiuma (foam sclerotherapy): il farmaco viene trasformato in schiuma prima dell’iniezione, aumentando il contatto con le pareti venose. Questa tecnica è particolarmente efficace per le vene reticolari e per alcune varici di calibro medio, e viene spesso guidata dall’ecocolordoppler (un’ecografia che permette di visualizzare il flusso sanguigno in tempo reale) per maggiore precisione. Prima della seduta: la visita angiologica e l’ecocolordoppler La scleroterapia non si improvvisa. Prima di qualsiasi trattamento è indispensabile una visita angiologica completa, durante la quale lo specialista valuta la severità dell’insufficienza venosa, esclude controindicazioni (come trombosi in atto, allergie ai farmaci sclerosanti, gravidanza o patologie della coagulazione) e pianifica il percorso terapeutico più adatto. In molti casi viene richiesto un ecocolordoppler venoso degli arti inferiori, un esame che permette di visualizzare la direzione e la velocità del flusso sanguigno nelle vene profonde e superficiali. Questo passaggio è fondamentale perché consente di identificare eventuali reflussi a monte (cioè risalite anomale del sangue da vene di calibro maggiore) che, se non trattati preventivamente, potrebbero vanificare i risultati della scleroterapia. Solo dopo questa valutazione l’angiologo può stabilire se la scleroterapia è lo strumento giusto, o se sono necessari trattamenti preliminari o alternativi. Quante sedute servono e quanto durano i risultati Non esiste un numero standard di sedute valido per tutti. La risposta dipende dall’estensione e dal calibro delle vene trattate, dalla risposta individuale del paziente e dalla tecnica utilizzata. Per i capillari e le vene reticolari, nella maggior parte dei casi sono sufficienti 2-4 sedute, distanziate di 4-6 settimane l’una dall’altra. Per le varici di calibro maggiore il percorso può essere più lungo. I miglioramenti iniziano a essere visibili dopo 4-8 settimane dalla prima seduta, con risultati definitivi valutabili a distanza di 3-6 mesi. I risultati della scleroterapia possono essere molto duraturi, ma non è corretto parlare di soluzione definitiva in assoluto: la predisposizione genetica all’insufficienza venosa rimane, e nel tempo possono comparire nuove vene varicose. Per questo motivo molti pazienti tornano periodicamente per sedute di mantenimento, solitamente con cadenza